E' ufficiale. Tra qualche mese esce il romanzo che ho scritto, il primo. Lo pubblica Manni, nella collana Punto G http://www.mannieditori.it/puntog/index.htm.
"L'infanzia delle cose", questo il titolo che per fortuna il mio editore non mi ha contestato, è la storia che m'è venuta in mente quando avevo già completamente dimenticato l'altra, quella che partiva dalla mia disgustosa iniziazione sessuale in un ristorante di manhattan durante l'attacco alle torri gemelle. ( suonava male, no?)
Questo primo romanzo è meglio del primo romanzo che avrei scritto altrimenti. Prometto. E' un primo romanzo che quasi arrivava secondo, ma alla fine ha vinto.
Per chi mi segue su questo blog da un po' di tempo, e per chi si avventurasse a sproposito in occasione di questa notizia, pubblico qui una breve sinossi:
"Antonio Bacioterracino è il figlio quindicenne di Patrizio, capofila della grande famiglia dei cantanti neomelodici napoletani, il cui corpo stroncato da un’ overdose di eroina, viene scoperto in una macchina alla periferia ovest di Napoli, vicino Barra.
Il ragazzo, aitante violinista appassionato di Brahms, il quale molte volte durante il romanzo rivendica il suo saper “sentire la musica” a differenza del padre, racconta le vicende della famiglia Bacioterracino susseguite alla morte di Patrizio il cantante.
Antonio insieme con sua sorella, sua madre e suo zio Birra Peroni saranno infatti costretti a scappare dal natio quartiere della Sanità in seguito allo scandalo provocato dalla relazione che Patrizio ha mantenuto negli ultimi anni con Domenico Cimarosa, un travestito appartenente alla famiglia di camorristi che comandano la zona.
I Bacioterracino verranno violentemente scaraventati nella insolita realtà di uno dei più tipici quartieri del centro di Madrid, il famigerato Barrio de Lavapiés, che agli inizi degli anni ottanta è ancora il covo prediletto della comunità gitana.
A tale comunità se ne aggiunge una, più piccola per numero di componenti, ma non meno particolare: quella dei primi napoletani arrivati in Spagna dopo la dittatura, costantemente impegnati nella messa a punto di un Golfo di Napoli, ristorante di Enrico Castravelli e Co., uno spazio metafisico di integrazione e bacino di sopravvivenza partenopea.
Un prete fine compositore, un cane parlante che abbaia imitando il vibrato di June Christy e una donna paralitica dalla spiccata sensibilità materna costituiscono le chiavi di lettura per la riflessioni di Antonio Bacioterracino rispetto al grande cambiamento subito dalla sua famiglia, al sentimento di abbandono che ne consegue, e alla morte, vero e proprio status quo dell’intero romanzo "
“Dobbiamo buttarlo giù”, dice una. Ed io esco fuori. Le altre si fanno delle grosse risate, tirano un sospiro di sollievo e applaudono. “Dobbiamo buttarlo giù”, ripetono, girando attorno a quella di prima. Poi escono dalla sala da pranzo e vanno nel patio. Ma io sono già per strada. Si sta freschi. Sono passate le soleggiate brutali di settembre, e ottobre trasloca in mezzo agli alberi. E’ quasi un piacere camminare senza direzione per queste strade. Da qui non sento le loro divagazioni, le loro urla insopportabili, il loro costante andare e venire per tutta la casa, a sistemare tutto, a fare domande qui e lì, a dare lucentezza al pavimento del patio. Perché non si fermano nemmeno un momento, e quando gli è venuto di buttare giù gli alberi ( dicevano che perdevano le foglie e che dovevano stare sempre lì con la scopa) lo hanno fatto con un furore tale che in una settimana li hanno fatti fuori tutti. Solo il mandorlo, che sta in fondo al patio, è rimasto in piedi. Senza rendermene conto mi sto addentrando nella zona vecchia de
Passo per Obispo, e anche se non mi interessa niente, passo gli occhi su tutte le vetrine, e davanti a qualcuna mi fermo pure un momento, a guardare senza vedere, o a leggere senza interesse titoli di libri di scienza. Mi fermo un momento a guardare questi libri indesiderabili, fino a che mi rendo conto che un’altra persona li sta guardando, a quanto sembra, con molto interesse. E’ una ragazza stupenda. La contemplo da capo a piedi e mi viene voglia di toccarla. Lei tira fuori dalla borsetta una specie di pettine, si mette a posto i capelli, mi guarda e comincia a camminare, sculettando un poco. Il vestito, corto e stretto, si adatta al ritmo del suo corpo. Sì, sono sicuro che mi ha guardato e per un attimo mi ha fatto un cenno. O saranno pensieri miei… In ogni modo mi metto a seguirla. Allora arrivo all’unico mandorlo che è rimasto in piedi, e mi stendo là sotto, all’ombra, e mi passo tutto il giorno dormicchiando a pancia all’aria. Le foglie mi cadono quasi umide sulla faccia. Ma adesso anche quest’albero è in pericolo. Le sue foglie, a volte, arrivano fino al pianerottolo, o ancora peggio, entrano nell’ingresso. Qualche giorno fa, una foglia è caduta tremolante, come un passerotto mezzo stecchito, sopra alla gonna di una delle mie zie che stava cucendo dei pantaloni con gesti precipitati. “Questo è il colmo”, ha detto buttando a terra i pantaloni e acchiappando la foglia con tanta forza da spiaccicarla nelle mani. E adesso cammina davvero piano. Forse per darmi l’occasione di raggiungerla. La seguo da vicino attraverso tutto Obispo fino a che arriviamo a
* Il racconto fa parte della raccolta “Con los ojos cerrados” pubblicata in forma clandestina a Montevideo nel settembre del 1972.
_Non so nemmeno dove sto andando, ma sono sicuro che "là" c'è tutto il bene che posso, tutto quello che ho voglia di amare_
Bcn, sabato mattina.
Ho la sensazione che sia passato troppo tempo dall'ultima volta che sono arrivato in anticipo.
Fino a qualche mese fa era sempre così, semplicemente succedeva che potessi immaginarmi come sarebbe andato a finire tutto, tutte le cose, potevo farle iniziare le cose prima ancora che mi fossi lavato la faccia, prima di aprire quella finestra davanti alle occhiaie romantiche della Signora Mancuso. Le occhiaie della Mancuso guardavano oltre, oltre tutte le mattine e i rumori le insegne scassate del cavone di San Vincenzo. La sera di Natale lei litigava sempre con suo marito, appena finito il banchetto cominciavano a buttarsi le cose addosso, poi
-‘Stu sfaccimma ‘e Natale- aveva detto, poi si era messa le cuffie dell’emmepitrè nelle orecchie.
A Lavapiés il figlio della gitana che abitava di fronte restava ore e ore fuori al balcone, in mutande, steso su una sdraio che ogni tanto faceva un rumore che era il più silenzioso e preciso e ordinato e triste di tutta
- Lo chiamano Bola de Nieve- mi spiegò Augustina, la portiera di Jaén, il suo pettegolare zitto e muto, il collo che ballava dentro a quel pullover con le stelle le nuvole e il resto.
- E’ per la vitiligine, certo, povero figlio.
A me sembrò che il nomignolo fosse comunque appropriato per il bambino, che stava sempre lì accuciato, mezzo dormito, senza far niente per chiamare l’attenzione di nessuno. Era lo stesso nomignolo affibbiato a Ignacio Villa, il grande compositore cubano, uno dei miei preferiti di sempre, el hombre triste que cantaba alegre.
- Ti piace cantare Adrián?
Il bambino mi guardava con sospetto, quasi offeso dalla mia indiscrezione. Però una volta girò tutta la testa dalla mia parte, mi studiò bene e disse – Sì, ma se canto quando sto fuori al balcone posso anche cadere giù.
Non avevo capito quello che aveva voluto dire, ma mi sembrò una bella cosa, mi sembrò giusto non chiedere spiegazioni.
Il giorno che me ne andavo seppi che Adrián era stato portato all’ospedale per delle scottature sulle spalle. Fino a qualche mese fa era sempre così, semplicemente succedeva che potessi immaginarmi come sarebbe andato a finire tutto, tutte le cose.
La mia stanza di adesso dà nel patio dove tutto il condominio stende il bucato, ogni mattina ho sopra la testa tutte le sfumature fiorite di Vernel, Sapone di Marsiglia, Mimosin, che mi cadono addosso come una secchiata. Io mi immagino sempre un prato di primavera, il bosco di Capodimonte, o i giardini del Retiro. Dai primi minuti che tengo aperti gli occhi, la mattina appena sveglio, a volte solo da quei minuti pieni di niente, pieni di necessità, capisco com’è cambiata la mia vita da quando lo conosco. A volte ho come la paura di essermi mancato, tutto questo tempo, come direbbe Gj. Poi penso alla Mancuso, alle occhiaie, le lacrime, le canzoni, Adrián, Lavapiés.
Il pezzo di Bola de Nieve che preferisco è uno che comincia così: Es tan difícl fabricar un amor.
Io allora penso che di questa costruzione non posso già pretendere finestre alte ed ampie, o addirittura balconi da cui cadere giù se è il caso. E’ tanto difficile che uno non se l’immagina, è vero.
Però amore mio...
Éstas son las cosas que vemos cuando no estamos muy tapados.
Lo que vemos cuando nos ponen de cara a la calle, cuando nos limpian los ojos.
Ésta es la calle: los bancos y los bolsos que van y vienen.
Cada día las luces, los decorados en los balcones del Portal del Angel, los policías, las parejas, los niños perdidos.
Cada tarde las parejas de chicos, las parejas de chicas, las parejas de ancianos, las personas solas, bien vestidas, los que se paran frente al escaparate con la discrección del vecino acostumbrado a ver esa pandilla de maniquies inexpresivos.
Nosotros les hacemos caso mientras que haya manera de mostrarnos así como es debido. Si hace mucho frío, por ejemplo, a veces temblamos, la pintura de los labios se nos hace más tersa, tenemos que disimular para que nadie se de cuenta de lo dificil que es estar dentro de este escaparate, vayan a saber ustedes hasta cuando.
A veces nos cambian de sitio, el mismo dueño que nos ha comprado en el almacén de Santiago Cladera nos vende a otra tienda, a veces el mismo día, por algun defecto, y porque más le sale a cuenta proponer un trato a algun comerciante de los alrededores, que llamar mil veces al número de Santiago, nuestro adorable constructor, cuya real existencia muchos siguen dudando.
Santiago desaparece cada vez que una buena pandilla de nosotros haya sido destinada a un buen escaparate del centro, a esa famosa tienda de moda u a la otra, a los sexy shops de San Antoni, o si acaso a una tienda de chinos.
Los maniquies todos adoramos a Santiago.
Lo adoramos porque nos hace a todos delgados, fibrados, a las mujeres nos pone unos pechos duros y equilibrados, las caderas no muy anchas; a los hombres nos marca los pectorales como los de los nadadores, nos hace el mentón fime y angulado como los de los actores de Hollywood.
Nosotros adorabamos a Santiago hasta el momento en que salímos de su almacén (un sitio sin luces en las afueras de una ciudad cuyo nombre nunca supimos), hasta que nos vendió a cualquier comerciante que antes nos metió mano, nos probó las posiciones más humanas posibles, y al final nos puso en un escaparate, a mirar, cuando no estabamos muy tapados, la calle que pasaba por nuestra tienda.
Santiago Cladera desaparece todos los días del año que no son el día del nacimiento.
Nosotros sabemos muy bien lo que realmente nace en este día, el día en que los maniquies salen de su almacén como del vientre de una madre llena de gracia.
Ésto es lo que Santiago nos dijo cuando nos hizo y nos vendió a la calle:
-Os doy mi sueño.
Nos lo dijo parpadeando lentamente, acariciandose su lenta barba, las enredaderas infinitas de los pelos de su mentón, testigos de las infinitas veladas que pasó a lo largo de su vida.
Desde ese día nosotros dormimos el sueño de Santiago Cladera, velador de nacimientos, constructor de maniquies flexibles e inexpresivos.
Sabemos que el nunca puede parar sus tareas, sus viajes por el mundo, sabemos de sus últimas espcialidades, de sus enormes exitos, de lo de maniquies construidos por Santiago que hay por el planeta: maniquies dormidos, maniquies sentados y obedientes, maniquies de calle, de hogar, maniquies de compañía para personas solas, maniquies para cuidar a ancianos, maniquies perros.
Nosotros hemos dormido el sueño de Santiago desde que nacimos.
Pero a veces no estamos muy tapados, a veces tenemos los ojos limpios y hemos visto cosas.
Vino el día que algo nos despertaba sin que nos dieramos cuenta.
Nosotros vimos a un maniquí andar por nuestra calle.
Lo vimos obedecer a las pesadas normas de la gravedad humana, los pasos apretados, vestido como si él mismo hubiera eligido cada prenda, cada accesorio.
Vimos a este maniquí quedar con una chica delgada, con unos pechos duros y equilibrados, así que ya eran dos.
Y después tres, cuatro, los maniquies empezaron a salir por todas partes, corrían por la calle, entraban y salían de las tiendas cargados de cosas, se caían al suelo, pero en poco tiempo estaban en pie, hablando al telefono, escribiendo un mensaje, abrochandose el cinturón o tocandose los huevos.
Fué de ellos de quienes decidimos proteger a Santiago.
Antes o después los maniquies libres hubieran recorrido mundo como él, y le hubieran exigido ser más libres todavía, hubieran exigido más y más cosas de su mediocre creador, un hombre cansado, un pequeñísimo hombre que nomás soñó una vez.
Ésto es lo que le dijimos a Santiago antes de atraparlo en el escaparate:
- Hoy es el día de tu nacimiento.
C'è questo mio nuovo racconto su www.nazioneindiana.com a partire da Venerdì 14. Se vi va lasciate un morso.
Il prossimo ventuno Novembre torno in Italia, precisamente a San Lazzaro di Savena(Bologna) per leggere stralci del romanzo che ho scritto insieme ad altri sette narratori esordienti a RicercaBo.
Che cos'è?
Annunciandone la prima edizione, un anno fa, così scriveva il Comitato scientifico:
Rinasce RicercaRE, la gloriosa manifestazione che si è tenuta presso il Comune di Reggio Emilia (da cui la sigla finale) dal 1993 al 2004, rinverdendo i riti che già erano stati del tedesco Gruppo 47 e del nostro Gruppo 63, ovvero gli incontri in cui autori di testi in prosa o in poesia, ispirati alle linee più avanzate della ricerca letteraria, si presentavano a un pubblico di esperti per leggere dei brani inediti dei loro lavori in corso, accettando di essere subito sottoposti alle più schiette e talvolta spietate analisi critiche.
In effetti le riunioni reggiane avevano assicurato un valido ponte tra le ormai lontane esperienze della neoavanguardia italiana e quanto andava facendo una nuova effervescente ondata di autori, per i quali non a caso furono volta a volta avanzate le etichette di Gruppo 93, per la poesia, e di Gioventù Cannibale, per la prosa. Se allora si trattava di autori in erba, questi sono rapidamente cresciuti ottenendo lusinghiere affermazioni.
Ebbene, terminata la stagione reggiana, il medesimo evento con la medesima formula rinasce alle porte di Bologna, presso il dinamico Comune di San Lazzaro di Savena, con un ritocco nel titolo, questa volta ispirato a un beneaugurante RicercaBO, futuro maccheronico di una costante vocazione al nuovo.
A reggere il timone di questa rinata manifestazione figurano due vecchi, Nanni Balestrini e Renato Barilli, a conferma di una linea di continuità nel decennale cammino delle avanguardie, nonché Niva Lorenzini, tra le più brillanti new entries della critica letteraria, che nello stesso tempo riveste il ruolo di Presidente del corso di laurea DAMS.
Se siete nei pressi venite a fare il tifo,
Durante la prima settimana d'ottobre uscirà in tutte le librerie di Italia " La versione dell'acqua", messa in musica del primo romanzo di L.R Carrino "Acqua Storta".
Il disco uscirà allegato al libro in una edizione speciale sempre edita da -Meridiano Zero-
Io partecipo come cantante e autore dei testi delle canzoni di Salvatore, insieme a Emanuela Borozan (cantante romana splendida) Federica Principi (direttore artistico) e lo stesso Carrino che dà voce al suo Giovanni, protagonsita del libro.
Ho amato quasi in segreto il libro di Gino, senza pronunciarmi troppo, rispetto al quasi chiassoso riscontro che ha giustamente ottenuto. Partecipare attivamente a questa operazione è stato come un regalo, è stato entrare dentro al libro. Una cosa proprio bella!
No, mica mi mangio a morsi pure questa notte, no. Questa qui me la guardo dentro allo specchio della camera di mia madre, e non la tocco nemmeno. Sono ossessionato dagli alberi che stanno di fronte, quei due alberi rachitici e pieni di fuliggine. Quegli alberi dormono con mia madre ogni notte, ma stanotte stanno così, si sono girati di spalle, e la luce del lampione butta le loro due ombre concentriche sopra al letto, sopra alla faccia di mia madre che quando dorme sembra che non ha mai finito l'ultima preghiera, che è rimasta là, sopra agli occhi. Gli alberi hanno paura di questa notte che è come una salita improvvisa, una scalata invisibile, e uno non lo sa perchè gli manca l'aria pur stando con le mani in mano. Questa notte è diventata la mia isola piú piccola, e pare che sono annegato insieme a lei, solo per pensare a te. Il sesto piano del civico trecentodue di Calle Padilla è la cosa piú alta del mondo. Non so spiegarti il mio modo di volerti tutte le notti e nessuna. Sai cosa succede? Sembra quasi che la mia paura di stanotte si faccia spazio nello stomaco, come se qui dentro non ci fosse altro che tu, il tuo corpo intero. Ho fatto un sogno, una volta, e non te l'ho detto, perchè mi era sembrata una cosa orribile. Ti mangiavo mentre tu stavi dormendo. Iniziavo dalla testa, la mia bocca era quella di un boa, e tu scivolavi dentro.
Amore mio, non voglio darti la mia tristezza, per quanto immensa ed utile che sia. Al momento è l'unica cosa che possiedo stando lontano da te, l'unica cosa che mi resta in una notte come questa, una notte che è una domenica finita sulle spalle degli alberi morti attorno alla casa dei miei.
Pero qué va, ¡ si no ha pasado nada!... Te prometo que ahora no pensaré en nada, ni mañana, y luego te veré, y te daré un beso, como si fuera el primero que te doy.
Li ho visti uno dietro l'altro tutti gli occhi che mi hai guardato. Ho visto la distanza, la misura esatta della mia nostalgia di essere innamorato di te, ma di qualcosa che non è mai adesso, di tutto quello che eri quando non eri con me. Amore mio, non posso dirtelo, il niente che mi resta quando siamo stati un giorno intero io e te, a parlare, non posso darti le cose che voglio perdere nonostante tutto quello che devo ancora trovare insieme a te. Ma io a volte ci penso, che tu ti confondi di meno, che perdi meno tempo a vedere gli occhi che ti guardo, quelli che non seguono mai il cammino della tua luce, quelli che si perdono a perimetrare il disordine della tua miracolosa ombra. Ho paura di essermi sbagliato questo amore che non dice mai la sua paura di voltare pagina. E poi tu resti imbambolato, tu dici il bene che mi vuoi, che ti fa fare tante cose, che forse ti aveva sfiorato la mano il primo giorno, dentro al jazz bar di malasaña. E poi tu resti qui, senza sapere.
La strada dove vivo a Barcellona porta il nome di un prete ucciso durante la Guerra Civile. E' una strada ampia, abbastanza silenziosa, attraversata da un autunno perpetuo perchè gli alberi che ci stanno sono secchi e scoloriti pure in pieno Agosto, e non ci puoi camminare con i sandali perchè le foglie ammassate sopra al marciapiede ti pungono i piedi. Dal balcone di casa mia ogni sera vedo la finta cattedrale del Tibidabo illuminata come un abat-jour da quattro soldi (sissignore, un' abbasciú), e piú vicino, all'angolo della strada che si incrocia con l'entrata del Parco de la Ciutadella, sento bofonchiare Manoli con qualche suo cliente. Lei è la puttana piú vecchia del barrio: il primo giorno che ero qua, la prima notte che tornavo, mi ha visto armeggiare con la chiave del palazzo ed è venuta a chiedermi una sigaretta.
- Non fumo piú.
- Neanch'io.
- E allora che vuoi?
- Vafammoccammammeta.
Non mi ha detto proprio cosí, ma insomma stiamo lá. Io poi ho chiesto all'indiano del bar che sta sotto casa se la conosceva, se sapeva chi era quella lá con i capelli tutti ingrifati.
- Qui siamo tutti quanti indiani - mi ha detto - In onore al prete che non si fece i fatti suoi.
Non ha detto proprio così, ma insomma.
Este jueves depende de tu boca.
Debes cuidarlo igual que un parque a un niño,
como cuida el otoño cada hoja
y le procura el aire necesario
para que se reúna con las otras.
Mira este jueves. No lo sabe. Míralo
acercarse a nosotros entre sombras.
y ocupar la ciudad como un ejército
que no pensara nunca en su derrota.
Será jueves en todo. Está de paso
pero quiere vivir de luces propias.
Entrará en la oficina de mañana,
a mediodía contará sus horas
y se quedará al norte de las cartas
que desde que se escriben son remotas.
Mira cómo se acerca hasta nosotros:
viste de azul y herencias sigilosas,
establece su número y su luna
¡el tiempo siendo jueves en las cosas!
Cuídalo tú que puedes, no le dejes
que tal día haga un año en la memoria.
Mira cómo se acerca a la ventana
sin saber que depende de tu boca.
Para pasar un día con nosotros
ha salido este jueves de sus sombras.
(Manuel Alcantara)
Non è mai passato troppo tempo quando nella piú azzardata occasione di dialogo con una persona conosciuta di recente mi trovo a parlare della mia passione per Brahms. Il mio interlocutore di solito aggrotta le ciglia perchè non gli viene un'altra cosa. Brahms? Sí, faccio io, sai quello della ninna nanna? E allora devo sempre canticchiarla un poco per richiamare alla sua mente il motivetto pretenzioso che il buon Giovanni butto giú senza sapere mai che Celine Dion un giorno l'avrebbe cantata alla cerimonia degli Awards. Io trovo volgarissimo tutto questo e allora il piglio della conversazione riflette il percorso di mille altre in cui racconto delle mie spassionate esperienze oniriche che ho della vita di Brahms e della sua opera da quando avevo piú o meno dieci anni. A quel tempo, dopo la messa della domenica nella chiesa della Sanitá, Padre Ciccone mi faceva entrare nella sagrestia dove io mi precipitavo verso l'armadietto del suo studio dove era conservato il suo scassatissimo violino Maggini e mi armavo di coraggio davanti a tutti per far sentire quello che il prete mi aveva insegnato. No, io adesso non so e allora non sapevo suonare il violino, sapevo fare le prime due battute del mio movimento preferito di Brahms, quello che stava nella terza sinfonia, il poco allegretto. Padre Ciccone aveva passato qualche ora a farmi vedere le posizioni, e io me l'ero stampate in testa, in corpo, erano quelle lá precise precise, anche se non dicevano niente di quella musica che io mi sognavo la notte, erano solo le prime due battute. Padre Ciccone aveva una vera e propria devozione per il compositore tedesco e lo considerava come uno dei musicisti romantici che erano stati piú vicini a Dio. Cosí diceva, diceva anche che l'amore di Brahms per Clara Schumann, moglie di colui che era stato suo mentore, si doveva intendere come la passione misterica che lui teneva con la Madonna di Pompei. A me mi piaceva stare a sentire Padre Ciccone quando diceva queste cose, e dopo poco tempo mi ero imparato pure l'introduzione della prima danza ungara, e avevo cominciato a sognarmi un signore canuto, con la barba lunghissima che sembrava Dio peró stava seduto sopra alla sedia vicino al mio letto, dove lasciavo la bottiglia di acqua minerale e la busta di fonzies.
- Ma perchè dici sempre questi 'nciuci?
- Ti giuro, nonna, era Lui, mi ha detto che mi devo imparare il violino.
Mia nonna si metteva a ridere, e io la volevo uccidere in quei momenti. Ma ero cosciente ogni volta di raccontare una bugia, perchè Brahms non apriva mai la bocca dentro ai sogni che mi facevo, se ne stava solo lì sopra alla sedia vicino al letto, come se io ero morto e lui era uno che stava pregando per un morto che nella sua vita non aveva mai tenuto lo sfizio nemmeno di suonare un suo walzer alla Konzerthaus di Vienna, e nella sua morte si stava sognando a lui che era morto in una stanza della Sanitá, metti una domenica mattina, che tutte le macchine nel cavone sembrava che stavano andando a un funerale dodecafonico, una processione di claxon infernali senza scappatoia, senza un rufugio tonale per trovare un po' di pace.
La settimana scorsa sono ritornato in Italia per due cose belle. Prima a Roma dove il mio amico L. R Carrino mi ha invitato a partecipare alla messa in musica del suo romanzo d'esordio " Acqua Storta ", libro di cui non ho speso parola su questo blog ma solo perchè credevo non ce ne fosse bisogno, e poi perchè, essendo di parte, l'avrei venduto senza esitazioni narcisistiche come un grande momento della letteratura italiana (ecco l'ho fatto!) Tale messa in musica che mi vede partecipe nasce dalla volontá dell'autore di dar voce ai personaggi che nel romanzo sono "intrappolati" nel soliloquio del protagonista Giovanni. Io ho scritto e cantato due canzoni che sono quelle di Salvatore, e nel disco ho il grande piacere di duettare con Emanuela Borozan meravigliosa cantante romana di cui sicuramente sentirete parlare presto.
Il disco esce in allegato al libro in una nuova edizione disponibile pare da Settembre.
L'altra cosa invece l'ho fatta a Napoli, dove nel frattempo ho organizzato pranzi e cene di rimpatrio che mi hanno riempito stomaco e corazón. Si tratta di una collaborazione con una nuova etichetta musicale Magma Music la cui prima produzione è un'antologia di canzoni pescate tra giovani artisti di quella pazzaria incredibile che è myspace. La canzone che ho scritto io si intitola L'uomo con la finestra in petto, e non mi era ancora caduta dalle tasche ma ho fatto in tempo a salvarla prima che mia nonna facesse la lavatrice.
Il disco sará distribuito nelle feltrinelli e fnac e sará presentato a Napoli con un evento verso gli inizi di Ottobre.
Nun s'arapeno st'uocchie pa' paura 'e nun te vedé
Ed ora amore mio mi manca un attimo mi fermo a un passo dalla tua porta
a perdonarti tutto in una volta e un'altra ancora proveró io che invece non so
sconfiggere con gli occhi gli occhi tuoi e domandarti se mi ami o no
che strano sentimento
nanana na anananan anana na nana ana nanan ananana: poi a uno gli basta questo.
Passare per Gràcia, con l'ansia che è finito il tempo che hai pagato per tenere la bicicletta che hai preso sulla Layetana, e ti scaleranno una piccola multa dal conto, a uno gli basta sentire che dentro a quel bar sta suonando una canzone degli Alunni del sole, e chiamare al citofono con qualsiasi dito.
Inginocchiata alla sua finestra, Veronique sta pregando e il sudore sulla fronte amalgama il ciuffo di capelli a coprirla quasi fosse una corona di spine.
Tiene gli occhi chiusi, viola acceso il contorno sfumato fino alla fine delle guance, dove qualche pelo di barba insiste a venire fuori.
Le parole bisbigliate nell’adagio della sua bronchite cronica le svuotano il petto da tutti i pesanti presagi di questa sera che il vento che c’è le mette sonno, le fa girare la testa ad arte, e allora, ma solo nel sonno, Veronique sta cadendo dalla finestra.
Veronique comincia a districarsi tra i cespugli infetti della Punta Pizzico fino a sfiorare coi piedi il mare che gestisce la sua pirotecnica di bijouteria in mezzo a delle onde vagamente virili, e i piedi di Veronique ci stanno saltando sopra per darsi uno slancio deciso, fino a scalare intera l’oscura scogliera di Solchiaro da dove i cani legati ai cancelli delle ville private le abbaiano una specie di marcia funebre, precisi, intonati al rumore carnale degli olmi che sfrecciano sulla testa dell’isolotto di Vivara, foglia contro foglia, palmo a palmo, ramo contro ramo a plasmare un contrappunto che a Veronique il cuore sta cominciando a battere le sue frasi di riverbero, le svolazzano i capelli d’oro laccati a tirarla più su, dentro a una tormenta che comincia a pisciarsi addosso il caldo umido di tutta una giornata, la sta facendo piangere che le sue enormi lacrime, quasi invisibili, ma violente, povere di sodio, affondano sui terreni della piana di Ciraccio, scorrono a fiumi inarrestabili per le vene del borgo di Terra Murata, stanno allagando pian piano tutta l’isola, che si abbandona a un altro mare, aperto in ogni direzione di dolore, smisurato nel profondo degli occhi accesi di Veronique, che si salva dalla sua stessa catastrofe volando sempre più su.
Poi qualcosa l’ha fatta svegliare.
Veronique affoga nel caldo e pensa – Me ne devo scappare, devo andarmene da qui.
Da "Il mio cuore é un mandarino acerbo" il libro che ho pubblicato nel mio stomaco, e non mi ha fatto digerire nemmeno una sfaccimma di copia.
Mira este jueves. No lo sabe. Míralo
acercarse a nosotros entre sombras.
y ocupar la ciudad como un ejército
que no pensara nunca en su derrota
Manuel Alcantara
Ho aspettato questo giorno, e poi senza farmi accorgere, erano passati duecento anni, e lui era lo stesso giorno che io aspettavo questo giorno, era una notte che mi era entrata negli occhi per non farmi vedere niente.
L'ultima settimana la mia vita ha subito un improvvisatissimo slancio tropicale. Da sempre l'unica cosa che so delle Canarie si riferisce a qualche cartolina sparuta nella casetta di Peter Pan che mi portò mia madre dopo il suo periodo di stazza a Las Americas, nel sud di Tenerife, e le sue raccapriccianti storie sugli insetti dell'isola. Da venerdì scorso invece sono in completo overload tropicalista, e tutto si è spostato indietro di un'ora.
Mi hanno raccontato questa cosa strana che succede sull'isola de La Gomera:
El Silbo è un linguaggio ancestrale che ancora si conserva su questa piccola isola dell'arcipelago. Usato generalmente dai pastori del posto per comunicarsi da una montagna all'altra, questo imprevedibile strumento linguistico, con le sue derive modali, per mano di qualcuno si presta persino alla creazione poetica.
Cualquiera de estas piedras
chacaras de silencio
puede crear la hoguera de mi infancia
(Pedro García Cabrera )
Madrid.14 Maggio. Dov' ero adesso?A quest'ora? Quali erano i gerani arruffati sul davanzale di Dora Campoluongo? Me la ricordo che teneva i capelli biondi e stava affacciata quando avevano sparato al Fringuello e lei aveva buttato giù il lenzuolo col disegno della carica dei centouno per far coprire il corpo. Lo sapevo che se n'erano andati in Spagna, lei e la famiglia di suo marito, i due figli che teneva già quando si erano sposati nella chiesa di Padre Ciccone e io nella sagrestia avevo portato una delle colombe bianche della cesta che stava fuori e non l'avevo più trovata.
A me mi fanno schifo le cose che volano- aveva detto, ma io lo sapevo che era stato Padre Ciccone a nasconderla, se l'era presa da mano a mio fratello Peppe e l'aveva portato sopra alla sua stanza.
Madrid. Oggi è la vigilia di San Isidro. Sono andato al liddel di Tirso de Molina per comprarmi il pane, il fuet e la roba per i scarrafoni. Dora Campoluongo mi ha riconosciuto subito, stava fuori alla porta del supermercato, piegata sulle ginocchia a dar da mangiare ai colombi, mentre parlava a telefono, e urlava ogni tanto e Gesù e Gesù, l'intercalare più tipico del mio quartiere, che non ho mai capito poi quando si deve usare.
Io intanto ho messo due spicchi d'aglio fuori alla porta per non fare entrare a quegli animali schifosi.Sta piovendo.Dora Campoluongo mi ha detto che San Isidro è come San Gennaro, ma lui però non tiene il sangue, solo fa piovere più del dovuto, e poi basta, viene l'Estate.
Avevo scritto una piccola cronaca del mio concerto a Cáceres ma s'è spento il pc improvvisamente e quindi. Non lo so, è che in questo periodo credo mi stiano succedendo solo le cose che è bene mi succedano. Vi capita mai?
Facevano il padre nostro con quei segni e sembrava che uno di loro stava prendendo in giro agli altri, e ballava, con le mani in testa faceva un rumore soltanto, un rumore ordinato, stonato, che andava e veniva per tutta la chiesa di San Francisco El grande. Venga il tuo regno, sia fatta la tua volontà e in cielo, e in terra, e in mezzo ai sordi che non si sa dove stanno, almeno io non so, e vedo i segni sulle loro teste, e attorno, come a cercare qualcosa che io non vedo, come per afferrarsi a un equilibrio che è meglio, sta più dritto del mio perchè mi sembrano meno stanchi, tutti i sordi c'hanno quell'attenzione visiva alle cose, come dice Angel che ne ha avuti due per genitori, un' attenzione che è una specie di istinto mistico, che a me mi manca, a me non mi fa cercare, mi fa venire sonno. E' tre giorni che non dormo. La notte a Lavapiés sa di legno putrefatto, o è il palazzo, le scale, il parquet della cucina. La vicina del pianerottolo è una signora avanti con l'età che la notte fa alzare i figli dal letto, e pure loro mi sa che sono avanti assai, e di mattina la signora che forse si chiama Amparo li fa alzare dal letto con degli allucchi strepitosi, intonatissimi, che mi scavano un sacco di ricordi in quella capuzzella mia che dorme troppo attaccata alla parete che divide le nostre rispettive stanze. - Quella lì c' ha la sindrome di Diogene - mi dice Angel, il ragazzo con cui divido casa. Io faccio la faccia che non ho capito, e lui, accomodante, innocuo, aggiunge - Si porta la munnezza a casa, oppure si tiene la sua, e non la butta mai, arriverebbe pure a riempire una stanza di munnezza.
Penso: dio mio che sfaccimma puozza passà 'nu uaio e mo' come se fa 'nta 'stu sfaccimma 'e palazzo 'nta cchella bucchina ra mamma se pozza prerecà aimma 'a faccia soja nun aggio idea oi né 'a sfaccimma da ggente e po' vonno pure parlà ca loro stanno annanze.
Poi invece penso: se a Napoli tenessero tutti quanti questa cosa qui il problema della munnezza sarebbe risolto.
E allora resto poco a casa, David mette i dischi al Candela, stasera, dice che Kevin Johansen ha scritto il miglior disco del decennio, e che... hay que enterarse. Passando per Meson de Paredes mi devo scansare le sputazze dei cinesi che stanno sempre lì appostati fuori ai negozi, e che ci vuoi fare, è il loro territorio e sono abituati a fare così. I bambini sembrano non accorgersene: all'angolo con calle del oso ci sta una scuola elementare, escono verso le tre e quando escono si mettono a correre, anche se qualcuno poi alza la testa per vedere se sto affacciato e faccio le facce come sempre, come uno scemo in più, un cinese in mezzo agli altri che prima o poi fa una sputazza pure lui e la so' cazzi. Io invece sto a vederli dalla vetrina del locutorio di David, perchè devo telefonare a casa, e i bambini vedono affacciata al balcone la bandiera del Valencia che ieri sera ha vinto la finale di coppa col Getafe. Casa mia sembrava il biliardo di Totore 'A Casella, tutti quanti a trattenere le urla e a bestemmiare su ogni cross andato a male. Perché a trattenere le urla? Perché se urliamo di sera la Diogene ci sfonda il culo. Sempre una malata è. Meglio non provocarla. Allora David s'è portato la bandiera, che alla fine è rimasta là appesa non per il risultato della partita ma perchè stava spugnata. David ogni sera viene a casa dal Ponte di Segovia, dove abita insieme alla madre, viene col motorino, e ieri sera pioveva un'altra volta. Il suo locutorio tiene le cabine con l'arbre magique dentro, perchè ai negri che telefonano sempre ci fete il ciato. Più o meno così dice lui, giustificandosi.
I bambini di questa scuola sono bellissimi, non li sputerei mai.
David è valenciano, è il cugino del ragazzo con cui condivido la casa, è un razzista di merda, e si mette il labello rosa, o a ciliegia, non so.
- Pronto? Nonna? Si, si, tutt'apposto, mi sono fatto pasta e lenticchie.
Qué bien sé yo la fonte que mana y corre, aunque es de noche !
San Juan de la Cruz
Il vento chi lo sa da dove è uscito, ma lo vedi che è uscito pazzo, si fa un sacco di giri attorno alla cupola di San Cayetano e poi si schiarisce sulle scale di ferro che usa il sagrestano per andare a programmare la campana. Si fa bianco il vento, a Lavapies pare quasi che nevica. - Adonde va usted? - La portiera c'ha i capelli biondi e un pullover con una vista dell' alhambra disegnata in mezzo alle zizze enormi. - Ah, si, si. L'inquilino del secondo piano. Dice sta attento ai macchu picchu: ai peruviani, ecuadoregni, salvadoregni, boliviani, cubani, domenicani... li chiama così e mi fa ridere. Dice che se non c'hanno la chiave del portone significa che non abitano qui e che è meglio se non entrano. Il tempo fa schifo, il vento è uscito pazzo, e poi piove che tutte le fogne della calle del oso (tre in totale) piovono pure loro tutta la merda fuori e a uno ci viene l'ansia pure se nel soggiorno sta suonando Adriana Calcanhoto e pare che tutte le cose che possono succedere in questo giorno devono essere per forza felici o al meno che non devono puzzare. Sto fuori al balcone, da stamattina provano a chiamarmi da Càceres per quella cosa del 27. Dovrei suonare in una galleria durante la Feria iberoamericana di Arte Contemporanea ma non so ancora se riesco a mettere su qualcosa di decente. Il telefono prende solo fuori al balcone. Me ne esco. - Adonde vas? - Ma questa che sfaccimma vuole da me? (risata generale in casa di Chus e Napo, i gaglieghi del primo piano che lavorano alla rivista) Non è la portiera, è la figlia, e tiene i problemi. Perfetto. Allora esco più rilassato. Mi ci abituerò, dico, poi cammino per Embajadores e gli orribili manichini dei negozi dei cinesi dicono sì sì, non ti fare problemi, sì sì, dicono, con il rossetto sula bocca pure se sono maschi. Questo quartiere è una babilonia. E poi mi guardano tutti. Giuro che se mi si avvicina un gitano e fa lo stronzo lo sputo subito in faccia. Guardano ma nessuno dice niente. Solo i manichini dei cinesi dicono qualcosa. Mi seguono per tutta Lavapies. Però sono simpatici, io ogni tanto faccio così con le mani, mi aggiusto il cappello in testa, e allora vedo un po' di sole che si riflette sopra alla vetrina, sopra alle loro facce inebetite, como se uscissero pazzi per questa cosa qui.


Eppure resterei a guardarlo, marcire l'innovato spazio intorno, pieno della distrazione dei miei occhi aperti e delle mani. Guarderei stanco e malinconico il suo posto, i gesti che camminano in malora, il suo restare in piedi salterei a guardare prima di cambiare rotta e decadere in un sorriso che sta fermo lì davanti, lontano laggiù a dare tempo al tempo per cambiarlo, farne inizio fine e svolgimento di una smorfia che ha cercato di parlare. Lo guarderei senza considerare il peso di guardare piano piano tutto quanto, tutto il respiro, la misura, il tentativo di afferrarsi a un modo dolce di guardare quelle cose che non ho, che io non sono. Eppure poi ci penso, ma non penso a lui, lo penso, gli penso in testa un fiume di parole che rompe gli argini e mette la fretta di un disordine incompiuto.